Mulino Rastelli | Cenni storici
Mulino di Ponte Maglio di Santa Vittoria in Matenano in cui si produce farina di grano e granoturco dal 1392
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Cenni storici

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CENNI STORICI

“il mulino ad acqua è da considerarsi un’invenzione antica,
ma è medioevale nella sua diffusione”

Marc Bloch

Il mulino trecentesco, inglobato in un complesso composto da vari corpi di fabbrica risalenti ad epoche successive, si presenta come una struttura a pianta rettangolare che si sviluppa su tre piani.
Nel piano terra troviamo gli apparati molitori in un locale intonacato voltato con botte a sesto acuto. Si entra attraverso un fornice a tutto sesto che si apre attraverso mura spesse oltre un metro. All’interno sul lato d’ingresso rimane la traccia di una feritoia della quale però non si ha corrispondenza all’esterno.
Nei due piani superiori si trovano invece i locali adibiti, in passato, ad uso abitativo.

L’intera struttura è realizzata con pietre arenarie squadrate e murate a secco, mentre la presenza di inserti di muratura in laterizio risultano da trasformazioni più tarde.

Tuttora visibili, attraverso una botola nel vano delle macine, sono i vecchi canali, con sistema di caduta a doccia, che davano l’acqua per far girare la ruota del mulino.

Forse non tutti sanno che …

quello di Ponte Maglio era uno dei più antichi mulini ad acqua utilizzati anche per la lavorazione del rame, artigianato fiorente in questa zona.

 

L’insediamento dei monaci farfensi ebbe ad interessare quasi tutto il territorio delle odierne province di Ascoli e Fermo e in modo particolare l’area compresa tra le medie valli dell’ Aso e del Tenna.

Ricalcando fedelmente il modello di sviluppo del territorio laziale dal quale provenivano, i monaci di Farfa organizzarono il nostro territorio nel tipico sistema delle “curtes” e delle “villae”, con poderi piccoli e grandi, orti, chiese, celle e mulini, concessi in cambio di un modesto canone annuo.
l Benedettini si distribuirono capillarmente nel territorio integrandosi con i centri produttivi preesistenti, assolvendo le esigenze religiose e politico amministrative e contribuendo al miglioramento sociale e produttivo.
Dal monastero di Santa Vittoria, sede abbaziale, il dominio farfense s’irradiò man mano su un territorio vastissimo che grazie all’intervento dei monaci ebbe a conoscere in seguito uno sviluppo di portata storica che lascerà un segno indelebile.
Il frazionamento della proprietà era uno dei punti cardine del sistema farfense, teso a testimoniare il nuovo forte interesse per la terra che rivestiva a sua volta un ruolo economico di primaria importanza anche per la ripresa demografica che andava verificandosi intorno ai secoli X- XI.
S’ introdussero in quegli anni, anche per opera delle abbazie, le nuove tecniche agricole ed i nuovi attrezzi atti a coltivare la terra che nei secoli seguenti diverranno di uso comune, diffondendo in pari tempo le nuove colture. Erano quindi indispensabili i mulini, quasi tutti ad acqua, e la valle dell ‘Aso costituiva il perno dell’ insediamento monastico farfense nelle nostre zone. E tutti i comuni nati in seguito alla presenza farfense nacquero dalla libera aggregazione dei proprietari locali ai quali gli stessi monaci avevano dato poderi più o meno ampi in concessione.

 

L’acqua, con la sua portata ha non solo disegnato il paesaggio, ma anche modellato la vita degli abitanti. Lungo le sponde del Farfa, ad esempio, ancora oggi si ritrovano vecchi mulini dell’epoca romana, grosse e complesse strutture che sin da quei tempi sfruttavano la forza e l’energia delle acque per la lavorazione del frumento e delle olive.
Gli indispensabili mulini vengono da sempre annoverati dagli Archivi Storici Comunali e Capitolari tra i beni più preziosi per la comunità.

 

Il Rastelli possedevano anche l’altro mulino di cui si servivano gli abitanti di S. Vittoria, quello posto sul fiume Tenna. Era questo un mulino a due macine, gestito dal mugnaio Geremia Carassai, dal quale il proprietario traeva un utile di ulteriori 50 scudi annui.
Di questo mulino, secondo un rapporto del 1852, si servivano circa una sessantina di famiglie contadine e circa 660 abitanti del paese.
Anche questo per motivi imprecisati, restò chiuso per lo stesso periodo dell’altro, e fu riaperto sempre nel 1852.
Per ciò che riguarda il maglio, o lamiera come allora veniva anche chiamato, nel 1853 troviamo che il magliante Tanucci aveva alle sue dipendenze due operai, serviva più di quaranta famiglie di ramai forcesi, ed era in grado di produrre oltre 40.000 libbre di prodotto lavorato ogni anno. Unico inconveniente che tutti i paesi vicini lamentavano, ma in special modo S. Vittoria, era la strada d’accesso, definita ancora nella seconda metà dell’800 “pessima”. Il maglio è andato purtroppo completamente perduto, ed al suo posto esiste ora un moderno stabilimento di molitura, mentre il fabbricato del vecchio mulino, pur con evidenti trasformazioni, resiste ancora dopo ben 700 anni.

 

Il complesso trecentesco è ora inglobato in un insieme di corpi di fabbrica aggiunti in epoche successive, ma la facciata a levante fornisce ancora l’idea del fabbricato originale, ed in essa è posto l’ingresso primitivo, con il vano delle macine ed i canali convoglianti l’acqua del fiume o bocchette di scarico. Sopra il portone di ingresso, sulla sinistra, è posta un’iscrizione in calcare bianco, bordata di mattoncini in cotto, recante a caratteri romani con grafia gotica la data del 1392.

 

Alla fine del ‘700 il mulino all’Aso risultava ancora di proprietà Comunale, e da un inventario risulta avere due macine di cui una nuova e l’altra usata. Il fabbricato era formato da due piani con un vano al primo piano e due al secondo. Il 13 aprile 1766 il mulino fu concesso in enfiteusi a Pangrazio Pasquali, fino alla terza generazione mascolina, mentre il “maglio da rame” fu affittato il 26 gennaio 1788 ad Andrea Mariani di Force, che costituì una garanzia consistente in 150 Scudi Romani, depositate in cedole.

 

Nel 1801 il mulino ed il maglio passarono alle dipendenze dell’Amministrazione De Beni Ecclesiastici e Camerali, che riscuoteva annualmente dai Pasquali il fitto consistente in 18 scudi e 40 bajocchi, e dai Mariani 11 scudi e 20 bajocchi.

 

Nel 1822 essendosi soltanto alla prima generazione mascolina, la Camera Apostolica non ritenne più conveniente il contratto di enfiteusi, risolvendo di vendere tutte le proprietà ai fratelli Rastelli, che ancora le detengono.

 

Il mulino a grano dell’Aso conobbe un lungo periodo di inattività, di cui ignoriamo i motivi precisi, ma che forse vanno ricercati in questioni di interesse per lo sfruttamento intensivo delle acque del fiume. Tale periodo si protrasse per circa 20 anni, ma ritroviamo il mulino in piena attività con addirittura tre macine nel 1852, ormai passato di proprietà del Dott. Pacifico Rastelli, che lo cedette in gestione al mugnaio Ermenegildo Cinti. Da questo mulino il Rastelli traeva un utile annuo di circa 100 scudi e dal “maglio”, gestito da Alessandro Tanucci magliante, altri 50 scudi.